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Le 10 attrici italiane più amate dal grande pubblico

21 Settembre 2026 20 min di lettura Aggiornato il 21 Settembre 2026
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

Il favore del grande pubblico non coincide con una classifica di premi o incassi. Nel cinema italiano, la popolarità nasce dall’incontro fra ruoli riconoscibili, presenza televisiva, continuità nella recitazione e capacità di attraversare generazioni diverse. Le dieci attrici italiane selezionate appartengono a epoche lontane, ma hanno lasciato personaggi, film italiani e immagini pubbliche ancora familiari a chi guarda cinema e televisione.

In breve

  • Monica Vitti, Stefania Sandrelli e Virna Lisi rappresentano tre volti decisivi della storia del cinema italiano del Novecento.
  • Margherita Buy, Giovanna Mezzogiorno e Micaela Ramazzotti hanno costruito una popolarità fondata su ruoli quotidiani e complessi.
  • Luisa Ranieri, Vittoria Puccini, Jasmine Trinca e Valeria Solarino hanno unito cinema, serie televisive e teatro.
  • Il successo presso il grande pubblico dipende spesso dalla capacità di rendere credibili donne contraddittorie, fragili o determinate.
  • La selezione non misura il talento con un voto numerico, ma osserva carriere, titoli, premi e riconoscibilità nello spettacolo italiano.

Le attrici italiane più amate e il rapporto con il grande pubblico

Parlare delle attrici italiane più amate richiede un criterio meno superficiale del semplice volto noto. Una stella del cinema resta nella memoria quando un pubblico diverso riconosce il suo modo di parlare, di muoversi in scena e di abitare un personaggio. Il cinema italiano ha prodotto interpreti molto differenti tra loro, dalle dive della commedia agli anni sessanta alle protagoniste dei drammi familiari contemporanei.

La popolarità non è un dato fisso. Può crescere grazie a una serie televisiva seguita per anni, a un film passato spesso in televisione o a un ruolo teatrale ripreso dalla cronaca culturale. Lei può verificare questa differenza osservando due elementi concreti: la durata di una carriera e la varietà dei mezzi frequentati. Un’attrice presente soltanto in un periodo può essere celebre; un’interprete capace di lavorare tra set, palcoscenico e fiction raggiunge invece pubblici più larghi.

Tra le dieci protagoniste considerate, Monica Vitti e Stefania Sandrelli appartengono alla generazione che ha trasformato la figura femminile sullo schermo. Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno hanno rappresentato, dagli anni novanta in poi, un modo più inquieto e realistico di raccontare la vita privata. Luisa Ranieri e Vittoria Puccini hanno trovato nella televisione generalista una strada diretta verso case e famiglie, senza abbandonare i film italiani d’autore.

Il caso di Monica Vitti è indicativo. Nata a Roma nel 1931 e scomparsa nel 2022, ha lavorato con Michelangelo Antonioni in titoli come “L’avventura” del 1960, “La notte” del 1961 e “L’eclisse” del 1962. Quei film non erano prodotti pensati come intrattenimento leggero, eppure il suo volto è entrato nel patrimonio visivo nazionale. In seguito, la collaborazione con Mario Monicelli e Alberto Sordi ha mostrato un registro comico più diretto, avvicinandola a spettatori che non frequentavano il cinema d’autore.

Stefania Sandrelli, nata a Viareggio nel 1946, ha avuto un percorso altrettanto largo. A soli quindici anni era già sul set di “Divorzio all’italiana” del 1961, diretto da Pietro Germi. Il film, con Marcello Mastroianni, resta un riferimento per capire la commedia nazionale e la sua capacità di usare il riso per esporre regole sociali soffocanti. Sandrelli non è rimasta legata a quell’immagine giovanile: ha lavorato, fra gli altri, con Bernardo Bertolucci, Ettore Scola e Paolo Virzì.

Un confronto rapido chiarisce perché queste carriere siano ancora citate quando si parla di attrici famose. Non è una graduatoria matematica, ma una mappa utile per chi desidera recuperare titoli precisi invece di limitarsi ai nomi.

Attrice Riferimento verificabile Area di popolarità
Monica Vitti “L’avventura”, 1960 Cinema d’autore e commedia
Stefania Sandrelli “Divorzio all’italiana”, 1961 Commedia e cinema generazionale
Margherita Buy “La grande bellezza”, 2013 Dramma contemporaneo
Micaela Ramazzotti “La prima cosa bella”, 2010 Cinema popolare e familiare
Luisa Ranieri “Le indagini di Lolita Lobosco”, dal 2021 Televisione e cinema

Il valore di queste presenze si misura anche nella ripetizione dei passaggi televisivi e nella disponibilità in catalogo delle opere. Un film del 1960 può essere visto oggi in una retrospettiva, mentre una fiction recente raggiunge spettatori che non comprano biglietti con frequenza. Questa doppia circolazione spiega come una diva italiana del passato e una protagonista contemporanea possano essere amate da fasce d’età lontane.

La selezione prosegue quindi dalle icone storiche alle interpreti che hanno raccontato, con toni diversi, il cambiamento delle relazioni, del lavoro e dell’identità femminile sullo schermo.

Monica Vitti, Stefania Sandrelli e Virna Lisi: tre icone del cinema italiano

Monica Vitti ha rappresentato una forma di modernità che non aveva bisogno di spiegazioni. Nei film di Antonioni il suo personaggio spesso tace, osserva e sfugge alle definizioni comode. Questa recitazione, apparentemente trattenuta, richiede precisione: uno sguardo e una pausa devono comunicare un conflitto interiore senza appoggiarsi a dialoghi ridondanti. Il grande pubblico ha poi scoperto un altro lato dell’attrice attraverso la commedia, dove la sua voce roca e il tempo comico diventavano strumenti immediati.

In “La ragazza con la pistola” del 1968, diretto da Mario Monicelli, Vitti interpreta Assunta Patanè, giovane siciliana che parte per Londra decisa a vendicare un torto subito. Il film usa una situazione estrema per mettere in discussione onore, controllo maschile e stereotipi regionali. Il personaggio cambia davanti allo spettatore, e proprio questa trasformazione rende il film accessibile ancora oggi. Lei può partire da questo titolo per vedere come la commedia italiana abbia saputo affrontare temi sociali senza assumere il tono di una lezione.

Stefania Sandrelli ha invece attraversato il cinema nazionale con un’evoluzione lunga più di sei decenni. Dopo “Divorzio all’italiana”, ha lavorato in “Io la conoscevo bene” del 1965 di Antonio Pietrangeli, un film duro sul mondo dello spettacolo e sulle fragilità di chi cerca successo. Il suo personaggio, Adriana, non è una figura da giudicare con sufficienza. È una ragazza esposta a promesse professionali, sfruttamento e solitudine, tema che conserva una forza evidente anche nel dibattito contemporaneo sulla visibilità pubblica.

La sua carriera non si riduce ai ruoli di gioventù. In “Novecento” del 1976 di Bernardo Bertolucci e in “La famiglia” del 1987 di Ettore Scola, Sandrelli ha mostrato registri maturi e meno legati al mito della bellezza. Questa continuità spiega la sua presenza nel panorama delle attrici famose: non soltanto un volto associato a un’epoca, ma un’interprete capace di mutare con il pubblico.

Virna Lisi occupa un posto diverso. Nata ad Ancona nel 1936 e morta nel dicembre 2014, fu una diva italiana riconoscibile anche fuori dai confini nazionali. Il suo percorso comprende il cinema europeo e americano, ma il pubblico italiano ricorda con particolare affetto lavori come “Signore & signori” del 1966 di Pietro Germi e la miniserie “La piovra 4” del 1989. Non si trattava della stessa figura elegante proposta dalle fotografie patinate degli anni sessanta: Lisi sapeva rendere credibili personaggi severi, ambigui e spesso più complessi della loro immagine esteriore.

Il riconoscimento internazionale più concreto arrivò con “La Reine Margot” del 1994 di Patrice Chéreau. Per il ruolo di Caterina de’ Medici ricevette il premio come miglior attrice al Festival di Cannes e il César. Sono dati utili perché distinguono la notorietà occasionale da una carriera valutata anche fuori dall’Italia. La sua presenza in “Latin Lover”, film di Cristina Comencini uscito nel 2015 dopo la sua scomparsa, ha riportato sullo schermo un’attrice già consegnata alla memoria collettiva.

Queste tre interpreti hanno reso visibile un passaggio rilevante: la donna nel cinema non è più solo decorazione, moglie ideale o oggetto del desiderio. Può essere ironica, scomoda, malinconica, autoritaria. È un cambiamento che il cinema italiano ha raccontato con tempi diversi, ma che passa anche dalla scelta di attrici capaci di non addolcire i personaggi.

Rivedere una scena di Vitti o Sandrelli permette di cogliere un fatto concreto: il loro carisma non dipendeva da dialoghi gridati. La macchina da presa rimaneva sul volto perché quel volto produceva racconto, anche nei silenzi. Da questa scuola di presenza scenica partiranno, in forme meno iconiche ma altrettanto solide, molte interpreti delle generazioni successive.

Margherita Buy, Giovanna Mezzogiorno e Micaela Ramazzotti nei film italiani contemporanei

Margherita Buy, nata a Roma nel 1962 e diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ha costruito una riconoscibilità fondata su personaggi nervosi, ironici e imperfetti. Il suo esordio cinematografico viene generalmente collocato in “Una grande storia d’amore” del 1986. Da allora ha superato i cinquanta film, alternando commedie, drammi e collaborazioni con registi di generazioni diverse.

Il pubblico la associa spesso a donne alle prese con separazioni, lavoro, figli adulti o smarrimenti affettivi. Sarebbe però limitante definire questo registro come semplice nevrosi borghese. Buy ha una recitazione fondata sul dettaglio: una frase spezzata, un sorriso esitante, una risposta troppo rapida. In “Mia madre” del 2015 di Nanni Moretti, il dolore familiare viene espresso senza trasformarsi in melodramma. In “La grande bellezza” del 2013 di Paolo Sorrentino, la sua apparizione è breve ma resta impressa per misura e intensità.

Giovanna Mezzogiorno, nata a Roma nel 1974, ha un percorso segnato dalla ricerca di ruoli impegnativi. Figlia dell’attore Vittorio Mezzogiorno, ha evitato di restare dentro una sola immagine pubblica. Il film “L’ultimo bacio” del 2001 di Gabriele Muccino le offrì un’enorme visibilità presso un pubblico giovane e adulto, raccontando le tensioni di una generazione in cui desiderio di stabilità e paura dell’impegno convivono nello stesso gruppo di amici.

La sua prova in “La bestia nel cuore” del 2005 di Cristina Comencini le valse una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista. Si tratta di un riferimento preciso, non di una medaglia generica: quella candidatura ha portato l’attrice in un contesto internazionale raramente raggiunto dalle interpreti italiane del periodo. In “Vincere” del 2009 di Marco Bellocchio, Mezzogiorno affronta poi il personaggio di Ida Dalser, legata alla vicenda di Benito Mussolini, con una fisicità e una tensione emotiva lontane dalla commedia sentimentale.

Micaela Ramazzotti, nata nel 1979, ha una qualità diversa. Sa rendere il personaggio vicino allo spettatore senza renderlo prevedibile. In “Tutta la vita davanti” del 2008, ancora con Virzì, interpreta una lavoratrice precaria inserita in un call center: un film che fotografa un lessico del lavoro fatto di obiettivi, contratti fragili e promesse motivazionali. La candidatura al David di Donatello nel 2009 ha riconosciuto una prova capace di unire osservazione sociale e vulnerabilità personale.

La svolta più evidente arriva con “La prima cosa bella” del 2010, sempre diretto da Paolo Virzì. Ramazzotti interpreta Anna, madre vitale e fuori norma, vista attraverso il ricordo dei figli. Per questo lavoro ottenne il David di Donatello e il Nastro d’Argento come miglior attrice protagonista. Il dato conta perché mostra un consenso doppio, critico e popolare, costruito su un film che ha parlato di famiglia senza cercare scorciatoie consolatorie.

Queste tre attrici italiane hanno una caratteristica comune: non hanno bisogno di personaggi perfetti. Le loro donne possono sbagliare, apparire incoerenti, essere dure o impaurite. Il pubblico si riconosce più facilmente in questa materia irregolare che in una figura costruita soltanto per essere ammirata. È qui che la recitazione diventa esperienza condivisa, non semplice esposizione di un volto noto.

Come scegliere tre titoli per conoscere queste attrici famose

Se Lei vuole vedere un percorso essenziale ma concreto, può seguire tre titoli distribuiti su generi diversi. “La prima cosa bella” del 2010 è il punto di partenza più diretto per Ramazzotti. “La bestia nel cuore” del 2005 chiarisce la capacità di Mezzogiorno di sostenere un dramma psicologico. “Mia madre” del 2015 mostra invece l’equilibrio particolare di Margherita Buy tra commedia quotidiana e sofferenza.

Questa scelta non sostituisce le filmografie complete. Serve a evitare l’errore frequente di confondere la fama televisiva con il lavoro cinematografico effettivo. Nel caso di queste interpreti, ogni titolo apre una fase della società italiana: precarietà, famiglia, memoria, maternità e fragilità delle relazioni.

Il passaggio successivo riguarda attrici che hanno usato con particolare efficacia il ponte tra grande e piccolo schermo. È un elemento decisivo per capire la popolarità attuale, perché la televisione mantiene una capacità di penetrazione domestica che il solo circuito delle sale non garantisce.

Luisa Ranieri e Vittoria Puccini tra televisione, cinema e spettacolo italiano

Luisa Ranieri, nata a Napoli nel 1973, è diventata un volto riconoscibile per una combinazione rara di familiarità e controllo. Molti spettatori la ricordano inizialmente per lo spot pubblicitario con il tormentone “Antò, fa caldo” del 2001. Quel passaggio non definisce la sua carriera, ma aiuta a spiegare quanto rapidamente sia entrata nell’immaginario popolare prima ancora dei ruoli più maturi.

Nello stesso anno ha debuttato sul grande schermo in “Il principe e il pirata” del 2001 di Leonardo Pieraccioni. In seguito ha lavorato tra cinema, teatro e fiction, costruendo una presenza meno dipendente da un unico personaggio. Nel 2014 è stata madrina della 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, incarico che segnala la sua posizione nel sistema culturale nazionale, non soltanto nella televisione d’intrattenimento.

La maggiore espansione presso il grande pubblico è arrivata con “Le indagini di Lolita Lobosco”, in onda su Rai 1 dal 2021. Il personaggio è una vicequestore che lavora a Bari e tiene insieme indagine, relazioni familiari e vita privata. La fiction dimostra quanto la serialità possa offrire a un’attrice un tempo narrativo diverso da quello del film. Lo spettatore torna ogni settimana, osserva le evoluzioni e crea una familiarità più stabile con il volto dell’interprete.

Ranieri ha dato prova di un registro più severo in “È stata la mano di Dio” del 2021 di Paolo Sorrentino, presentato alla Mostra di Venezia e candidato all’Oscar come miglior film internazionale. In quel contesto, il suo lavoro non cercava l’effetto televisivo immediato. Era una presenza familiare, intensa e controllata, inserita nel racconto autobiografico di una Napoli domestica.

Vittoria Puccini, nata a Firenze nel 1981, ha conosciuto una popolarità molto ampia con “Elisa di Rivombrosa”, trasmessa dal 2003. Il successo della serie la rese un riferimento della fiction in costume, e le portò il Telegatto come personaggio femminile dell’anno nel 2004. La televisione, in quel caso, ha fissato un’immagine di fragilità romantica che l’attrice ha poi cercato di complicare.

La scelta di interpretare Oriana Fallaci nella miniserie “L’Oriana” del 2015 va letta proprio in questo senso. Puccini affrontò una giornalista nota per il tono duro, l’indipendenza e la conflittualità pubblica. Il passaggio da eroina sentimentale a figura biografica spigolosa non è soltanto una variazione di costume: indica il tentativo di sottrarsi a un’etichetta consolidata. Lei può notare questa distanza confrontando le posture, il tono di voce e il ritmo delle battute nelle due produzioni.

La carriera di Puccini comprende inoltre ruoli storici e cinematografici, come quello in “La baronessa di Carini” del 2007 e le esperienze nel cinema d’autore. La sua forza presso il pubblico deriva dalla riconoscibilità, ma anche dalla disponibilità a non restare sempre rassicurante. Nel linguaggio dello spettacolo italiano, questa continuità fra fiction e sala permette a una protagonista di non essere ridotta a un solo successo.

Perché la serialità aumenta la popolarità delle attrici italiane

Un film dura in genere tra 90 e 120 minuti, mentre una serie può accompagnare lo spettatore per stagioni intere. La differenza modifica il rapporto emotivo con l’attrice. Il pubblico non vede soltanto un’interpretazione: segue abitudini, conflitti ricorrenti e cambiamenti del personaggio. Questo meccanismo ha sostenuto sia la fortuna di Puccini nei primi anni Duemila sia quella di Ranieri nel decennio successivo.

La visibilità televisiva non deve però cancellare il lavoro cinematografico. Nel caso di Ranieri, il passaggio da una fiction popolare a Sorrentino mostra come due pubblici possano convivere. Nel caso di Puccini, l’esperienza di “L’Oriana” del 2015 conferma che la notorietà iniziale può diventare una base per ruoli più rischiosi e meno accomodanti.

Accanto alle interpreti legate alla serialità, la generazione contemporanea comprende attrici che hanno ottenuto consenso con percorsi più laterali, passando dal teatro ai festival e da ruoli socialmente sensibili a film di grande diffusione.

Jasmine Trinca e Valeria Solarino: nuove sfumature della recitazione italiana

Jasmine Trinca, nata a Roma nel 1981, ha un profilo distante dalla tradizionale immagine della diva italiana. Il suo successo nasce da una presenza riservata, da una voce poco impostata e da una capacità di dare tensione ai gesti minimi. Il pubblico l’ha conosciuta con “La meglio gioventù” del 2003 di Marco Tullio Giordana, opera che segue decenni di storia italiana attraverso una famiglia e i suoi mutamenti.

Quel film ha avuto una circolazione particolare: presentato inizialmente in forma estesa, è diventato anche un appuntamento televisivo e domestico. Trinca vi interpreta Giorgia, personaggio attraversato da fragilità psichica e affettiva. Il risultato non cerca l’enfasi. La sua recitazione evita di trasformare il dolore in gesto decorativo, e per questo mantiene una credibilità che ha favorito l’attenzione del pubblico.

Con “Romanzo criminale” del 2005 di Michele Placido, l’attrice ha raggiunto un’altra fascia di spettatori. Il film racconta la Banda della Magliana attraverso il linguaggio del noir e del gangster movie, ma assegna ai personaggi femminili un ruolo più complesso della semplice presenza laterale. Trinca ha continuato a lavorare con registi italiani e internazionali, ricevendo il premio per la miglior interpretazione femminile nella sezione Un Certain Regard a Cannes per “Fortunata” nel 2017.

Nel periodo in cui uscì “Nessuno si salva da solo” del 2015, diretto da Sergio Castellitto e tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini, Trinca aveva 33 anni. Il film affronta la separazione di una coppia e l’usura dei rapporti, tema frequente nel cinema contemporaneo ma qui trattato con una forte esposizione emotiva. Il suo percorso conferma che la popolarità non richiede necessariamente una lunga permanenza in una fiction di prima serata: può nascere anche da ruoli scelti con coerenza.

Valeria Solarino, nata in Venezuela nel 1979 da madre torinese e padre siciliano, ha una formazione legata al teatro. I primi lavori cinematografici comprendono “Che ne sarà di noi” del 2004 di Giovanni Veronesi, film generazionale che la rese riconoscibile a molti spettatori. Nel 2005 ha interpretato Linda in “La febbre”, accanto a Fabio Volo, consolidando una presenza capace di muoversi fra commedia romantica e ruoli più drammatici.

Un titolo importante è “Viola di mare” del 2009 di Donatella Maiorca, dove Solarino interpreta Angela, donna costretta dalle convenzioni della Sicilia ottocentesca a vivere un’identità maschile per poter amare liberamente. Il film, con Isabella Ragonese, non va trattato come un semplice elemento da palmarès. Affronta norme familiari, identità e desiderio in un contesto storico preciso. Solarino porta nel personaggio una misura che evita sia la caricatura sia la retorica.

La sua carriera dimostra quanto il teatro possa restare una palestra utile anche per il cinema. Sul palcoscenico il controllo della voce e del corpo deve raggiungere l’ultima fila; davanti alla macchina da presa, quello stesso controllo va ridotto senza sparire. Questa doppia competenza permette a Solarino di affrontare ruoli molto distanti fra loro, mantenendo una firma riconoscibile.

Due percorsi per chi cerca film italiani meno prevedibili

Se Lei desidera uscire dai titoli più trasmessi, “La meglio gioventù” del 2003 è una scelta utile per comprendere l’ampiezza narrativa di Jasmine Trinca. Richiede tempo, perché la durata supera le sei ore nella versione completa, ma restituisce un affresco storico e familiare raro nella produzione recente. “Viola di mare” del 2009 è più compatto e mette al centro un tema sociale senza rinunciare alla dimensione sentimentale.

Trinca e Solarino allargano quindi il significato di attrici amate. Non sono amate solo perché facilmente riconoscibili, ma perché portano sullo schermo conflitti che il pubblico può discutere anche dopo i titoli di coda. La loro popolarità passa da personaggi meno convenzionali, e questo rende il panorama delle interpreti italiane più ricco di quanto suggeriscano le sole classifiche.

Le 10 attrici italiane più amate: film e ruoli da recuperare oggi

Una lista di nomi è utile solo se porta a una scelta concreta. Per chi desidera avvicinarsi alle dieci attrici italiane citate, il metodo più efficace consiste nel partire da un titolo per ciascuna e osservare il contesto in cui è stato realizzato. I film italiani cambiano molto fra il 1960 e il 2021: cambiano il linguaggio, la distribuzione, il rapporto con la censura, il peso della televisione e perfino il modo di rappresentare una relazione.

Monica Vitti merita di essere vista sia nell’Antonioni de “L’avventura” del 1960 sia nella commedia de “La ragazza con la pistola” del 1968. Stefania Sandrelli trova un punto d’ingresso immediato in “Divorzio all’italiana” del 1961, ma “Io la conoscevo bene” del 1965 restituisce un ritratto più amaro del mondo dello spettacolo. Sono due modi molto diversi di raccontare il desiderio e la posizione delle donne nella società italiana.

Virna Lisi può essere scoperta attraverso “La Reine Margot” del 1994, mentre Margherita Buy è particolarmente chiara in “Mia madre” del 2015. Giovanna Mezzogiorno offre due accessi complementari: “L’ultimo bacio” del 2001, vicino al pubblico della commedia relazionale, e “Vincere” del 2009, più intenso e storico. Micaela Ramazzotti, con “La prima cosa bella” del 2010, permette invece di entrare in una storia familiare popolare, malinconica e vivace.

Luisa Ranieri e Vittoria Puccini mostrano quanto sia utile non separare rigidamente cinema e fiction. Per Ranieri, “È stata la mano di Dio” del 2021 e “Le indagini di Lolita Lobosco” dal 2021 permettono di vedere due registri. Per Puccini, il confronto fra “Elisa di Rivombrosa” del 2003 e “L’Oriana” del 2015 evidenzia il passaggio da un personaggio romantico a una figura biografica più complessa.

Jasmine Trinca e Valeria Solarino possono completare il percorso con opere che chiedono attenzione ma restituiscono molto. “La meglio gioventù” del 2003 è una visione lunga, da programmare in più serate. “Viola di mare” del 2009 è adatto a chi cerca un racconto storico incentrato su libertà personale e vincoli sociali. In entrambi i casi, la recitazione non cerca di dominare il film: lavora dall’interno della storia.

Nel 2026, la disponibilità dei titoli cambia tra sale, palinsesti, biblioteche e piattaforme. Prima di scegliere un abbonamento solo per un film, Lei dovrebbe verificare dove è legalmente disponibile nella settimana in cui intende guardarlo. Il noleggio digitale di un singolo titolo, quando presente sui principali servizi, si colloca spesso intorno a 3,99-4,99 € rilevati nel 2026; l’acquisto digitale può salire indicativamente a 7,99-12,99 €, secondo qualità video e piattaforma. I cataloghi e i prezzi variano, quindi la pagina del distributore o del rivenditore resta il riferimento pratico.

La forza di queste dieci attrici non risiede in un’unica definizione di bellezza o successo. Alcune hanno costruito il proprio posto attraverso la commedia, altre con il dramma storico, altre ancora grazie a serie capaci di entrare nella routine serale. Il grande pubblico conserva soprattutto ciò che riconosce come vero: una pausa, un accento, un personaggio che non si lascia spiegare fino in fondo.

Quali attrici italiane storiche sono comprese nella selezione?

Monica Vitti, Stefania Sandrelli e Virna Lisi rappresentano la parte storica della selezione. Le loro carriere coprono commedia, cinema d’autore, produzioni internazionali e televisione.

Quale film vedere per iniziare con Monica Vitti?

“La ragazza con la pistola” del 1968 è un buon punto di partenza perché unisce la forza comica di Monica Vitti a un tema sociale ancora leggibile. Per il suo lato più enigmatico, scelga “L’avventura” del 1960.

Perché Luisa Ranieri è così popolare presso il pubblico televisivo?

La serie “Le indagini di Lolita Lobosco”, in onda dal 2021, ha consolidato la sua presenza nelle case degli spettatori. Il personaggio ricorrente permette una familiarità che un singolo film non può creare con la stessa continuità.

Quale attrice ha ricevuto una candidatura all’Oscar?

Giovanna Mezzogiorno ottenne una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista per “La bestia nel cuore” del 2005, diretto da Cristina Comencini.

Dove si possono trovare oggi i film di queste attrici?

La disponibilità dipende dai cataloghi del momento, dalle cineteche, dalle biblioteche e dalle piattaforme legali di noleggio o acquisto. Verifichi il titolo e l’anno del film sul servizio scelto prima di sottoscrivere un abbonamento.